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Come
si divertivano i ragazzi di duemila anni fa? Come giocavano i
bambini di ieri? I bambini, greci e romani, conoscevano la palla,
giocavano a moscacieca o con le monete? E quale atteggiamento
assumevano gli adulti, di allora, nei confronti dell’attività
ludica?
Ho cercato, attraverso un meticoloso lavoro di ricerca e attraverso
la consultazione dei testi sacri sull’argomento, di dare
una risposta a questi interrogativi mettendo in evidenza, anche,
il modo di divertirsi d’intere generazioni che si sono avvicendate
sul palcoscenico della storia.
Questo lavoro di ricostruzione storica dimostra come nell’
“espressione gioco”, accanto all’elemento ricreativo,
culturale e pedagogico, dimori un profondo valore storico e antropologico.
L’attività ludica dei bambini greci si esprimeva all’interno
della famiglia, le bambine giocavano con le bambole, i maschietti
con la palla, con il cerchio, con l’arco e si cimentavano
nella corsa e nella lotta, praticavano il tiro alla fune, l’altalena,
il gioco della settimana e la trottola che chiamavano “strombos”.
I Greci, tuttavia, tenevano il gioco ai margini della vita sociale,
così come veniva considerato lo stesso bambino fino a sette
anni: marginale e poco importante. Non mancano, comunque, testimonianze
d’autorevoli personaggi che misero in evidenza la grande
importanza della pratica ludica per il bambino in giovanissima
età. Lo stesso Platone riteneva che il gioco fosse utilissimo
per la formazione dell’infante (Gioco educatore), in special
modo quelle attività svolte in gruppo e che privilegiavano
il movimento fisico e l’integrazione maschio-femmina; il
tutto doveva avvenire, naturalmente, sotto il controllo dei grandi.
I
bambini romani, invece, come ci testimoniano
Orazio, Marziale, Cicerone, praticavano molti di quei giochi che,
a distanza di oltre duemila anni sono pervenuti a noi. Giocavano,
spesso insieme agli adulti, a ‘Par imparar’ (Pari
o Dispari) , ‘Caput et navis’ (Testa o croce), al
tiro al bersaglio, a moscacieca, con i birilli, a nascondino,
con la corda, con la trottola (turbo); amavano far trascinare
un carretto da un topo, amavano cavalcare una canna, facevano
il girotondo, costruivano aquiloni…,si cimentavano nel tiro
alla fune, nel gioco della morra (micare digitis), con gli astragali
e le bambine giocavano con le bambole. I giovani romani praticavano,
inoltre, molti giochi con le noci, e questo fatto era così
frequente ed usuale che si usava indicare il periodo dell’abbandono
dell’infanzia proprio con il termine “Lasciare il
gioco delle noci”.
“Nel Medioevo,
invece, sia i giochi degli adulti che quelli dei bambini venivano
contrastati, limitati, additati come attività pericolose.
Questo atteggiamento era determinato dal fatto che la Chiesa considerava
i giochi come oggetti demoniaci, fatti apposta per distogliere
l’attenzione del credente dal pensiero di Dio e dalle preghiere”
(G. Straccioli “Il gioco e il giocare”).
Si deve arrivare verso la fine del
Quattrocento per trovare un atteggiamento più
tollerante verso il gioco. Non si accettavano, assolutamente,
i giochi d’azzardo ma, si cominciava ad ammettere l’utilità
di praticarne alcuni, come i giochi di corsa o di salto, considerati
non pericolosi, comunque qualsiasi attività ludica doveva
avvenire sotto il controllo degli adulti che dovevano guidare
il gioco rendendolo ‘morale’. Il dibattito sull’utilità
del gioco prosegue per tutto l’Umanesimo e il Rinascimento.
Bisogna attendere, l’Età moderna, tuttavia, per vedere
attribuite al gioco una soddisfacente dignità e una favorevole
attenzione.
Il
Settecento è, probabilmente, il momento
più alto di questo rinnovamento, un’epoca nella quale
si viene sviluppando una pedagogia orientata ai valori sociali
e civili; dove si viene precisando una cultura meno intessuta
di morale religiosa e più aperta al cambiamento ed al rinnovamento.
E’ il periodo nel quale si diffonde un modello di educazione
più aperta e democratica, meno legata ai pregiudizi e alle
tradizioni, più attenta alla formazione globale dell’educando,
più rispettosa delle esigenze e delle esperienze dei bambini.
Non a caso troviamo in questo periodo vari tentativi di collegare
la scuola al gioco, la cultura degli adulti a quella dei bambini
(G. Straccioli “Il gioco e il giocare”).
Con l’avvento della società
industriale e con l’arrivo del consumo di massa,
quindi con lo sviluppo dell’industria dei giocattoli anche
il modo di divertirsi comincia a cambiare, non più giochi
e giocattoli auto-costruiti con regole auto-elaborate, ma giocattoli
prefabbricati, imposti, senz’anima, con il risultato di
espropriare il bambino dell’azione della manipolazione delle
cose e della progettazione dell’intera struttura ludica.
Questo lavoro di ricerca risulta ancora più importante
perché proposto in un periodo dove con troppa facilità
si sta tentando di cancellare la propria storia culturale e materiale.
Dice il prof. Franco Frabboni, dell’università
di Bologna: “Se dovessero scomparire la cultura e la
memoria di giochi del passato, dei repertori ludici di marca “antropologica”
strettamente legati ai linguaggi, alle culture, alle assiologie
delle singole comunità sociali, allora si potrebbero suonare
le “campane a morto” per il pianeta infanzia. Perché
con la cultura del gioco scomparirebbe anche il bambino, sempre
più espropriato, derubato, scorticato del suo mondo di
cose e di valori e costretto a specchiarsi in culture non sue:
prefabbricate, surgelate, imposte surrettiziamente dal mercato
industriale”.

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